Raffaele De Vita – dai campi di periferia al Blackburn Rovers

La storia di Raffaele De Vita: l’highlander del calcio romano. Le prime esperienze all’Atletico2000, lo Swindon Town di Di Canio e la Scottish Premiership.

Sacrificio, giocate e gol. E di mister Di Canio racconta: “Una volta ci fece andare al giornale locale per far pubblicare le nostre scuse ai tifosi”.

“Ora, quando mi sveglio la mattina lo faccio col sorriso perché ogni giorno ho l’opportunità di prendere a calci un pallone e fare quello che più amo” (Raffaele De Vita)

Tornato al Livingston dopo l’ultima esperienza inglese, Raffaele De Vita ha cominciato la sua avventura nelle giovanili del Blackburn Rovers ed è arrivato fino alla massima serie del campionato scozzese, dove ha militato nel Ross County.

Dai campi di periferia all’Inghilterra

Lucky Junior-Raffaele De Vita

Gli inizi 

Ho iniziato a giocare nella squadra del mio quartiere a Roma, il Villaggio Breda, ma è stato solo più tardi, quando sono stato notato dall’Atletico 2000, che ho cominciato a prendere il calcio sul serio.

Proprio all’Atletico 2000 ho avuto la possibilità di essere allenato da Odoacre Chierico, ex giocatore storico della Roma, che in pochi mesi mi fece crescere tantissimo, sia in campo che fuori.  Poco tempo dopo il mio arrivo all’Atletico , alcuni osservatori del Blackburn Rovers vennero a vedermi in una partita e decisero di invitarmi per farmi allenare con le giovanili della loro squadra, su in Inghilterra.

Le giovanili del Blackburn Rovers

Sono partito nel Gennaio del 2003 e fu un’esperienza surreale. Il Blackburn Rovers era all’epoca una società enorme. Il centro sportivo, in particolare, mi lasciò senza parole: campi di allenamento cosi perfetti da sembrare finti, un campo regolamentare al coperto, piscine, palestre… praticamente un paradiso per un ragazzo come me che fino al giorno prima aveva visto solo campi in terra battuta!

La settimana andò bene e cosi decisero di offrirmi un contratto della durata di 4 anni.  Ero al settimo cielo, mio padre e mia madre, invece, erano terrorizzati. Ancora oggi non mi capacito di come riuscirono a trovare la forza di lasciarmi partire a soli 15 anni e per di più in un’altra nazione!

Nel Blackburn feci tutta la trafila dalle giovanili fino alla seconda squadra ma davanti a me avevo giocatori di altissimo livello come Roque Santa Cruz, Benny McCarthy, Craig Bellamy e non riuscii ad esordire in prima squadra. Nonostante ciò fu un’esperienza straordinaria e non la cambierei con nulla al mondo anche perchè mi ha dato la possibilità di crearmi una carriera nel Regno Unito.

Il football

Il calcio inglese è speciale per il modo in cui viene vissuto, e le differenze con l’Italia sono tantissime. Innanzitutto tutte le società, dalla Premier fino alla League 2, sono economicamente stabili e non esistono stipendi in ritardo, punti di penalizzazione o possibili fallimenti. Questo, per un calciatore è molto importante , perché ti dà la possibilità di concentrarti solo sul calcio giocato, cosa sulla quale purtroppo molti miei colleghi italiani non possono contare.

Un altro aspetto particolare riguarda l’attaccamento dei tifosi alla squadra, comprese quelle che militano in serie meno prestigiose. Anche nelle categorie minori, infatti, le persone sono molto vicine alla squadra della loro città. Non c’è la tendenza di tifare solo le grandi società, come in Italia e, anzi, c’è molto senso di appartenenza nei confronti della propria città, a prescindere dalla categoria in cui la squadra milita.

Un esempio? Quando ho giocato al Bradford City in League 1, per le gare interne erano sempre presenti 13/15 mila tifosi. Una cosa incredibile, se si considera che Bradford è una città che si trova vicino a posti come Manchester, Leeds e Liverpool e quindi sarebbe molto facile seguire squadre blasonate come appunto lo United, il City o il Liverpool.

L’atmosfera che c’è allo stadio è completamente diversa dall’Italia, e questa è un’altra nota positiva. In 15 anni non ho mai avuto un episodio spiacevole con un tifoso, né ho ricevuto qualche parola di troppo.

L’ambiente e gli allenamenti

Persino il modo con cui si vive la settimana nello spogliatoio è differente rispetto alle abitudini di casa nostra. L’ambiente è sempre molto tranquillo e rilassato, non esistono ritiri e per le partite in casa delle 15 l’appuntamento è addirittura alle 13.15!

Gli allenamenti sono molto intensi e raramente si lavora sulla tattica.

Per quanto riguarda la vita  fuori dal campo i giocatori britannici però sono piuttosto indietro rispetto agli italiani. L’alimentazione viene curata molto poco e dopo la partita del sabato la consumazione di alcolici è quasi un obbligo.

Una cosa per me fuori dal mondo, per esempio, è il “Christmas Party” che ogni anno viene organizzato da tutta la squadra. Visto che qui si gioca anche a Natale e quindi non c’è molto tempo per festeggiare, ogni anno qualche settimana prima del 25 dicembre ci vengono concessi due giorni liberi in cui la squadra organizza un viaggio in una città dove poter festeggiare per due giorni di seguito il “nostro” Natale.

Una meta molto comune per questo tipo di festa è Dublino; penso che se un italiano vedesse la quantità di alcool che viene consumata in quei due giorni rimarrebbe sbalordito.

Alla corte di Di Canio: lo Swindon Town 

L’esperienza allo Swindon Town è stata di gran lunga la più bella e soddisfacente della mia carriera. Sicuramente il motivo principale è stato il fatto che in panchina ho trovato Di Canio, prima di tutto il mio idolo da bambino, ma soprattutto un allenatore fantastico che mi ha fatto capire cosa significa essere professionisti in questo sport.

Con lui sono migliorato tantissimo e in quei due anni ho vissuto dei momenti che non dimenticherò mai. Per esempio giocare l’FA Cup e la Carling Cup contro squadre blasonate come L’Aston Villa, il Leicester City, il Wigan, lo Stoke City.

Su Di Canio allenatore ne avrei abbastanza da raccontare per scriverne un libro e, ancora oggi, quando mi sento con i miei ex compagni rimaniamo per ore a ridere ripensando a quel periodo.

Impossibile dimenticare quelle volta in cui, dopo una partita persa, Di Canio ci fece presentare al campo alle 6 del mattino per farci rivedere tutto il video della partita e poi farci allenare. Oppure quando il mister venne a sapere che alcuni di noi erano usciti a bere qualcosa tre giorni prima di una partita: ci fede andare al giornale locale per chiedere che venisse pubblicato  un articolo in cui chiedevamo scusa ai tifosi.

Tutti questi episodi però sono stati alleggeriti dal fatto che il mister ci ha dato la possibilità di vincere tanto e migliorarci come giocatori. La gente purtroppo lo giudica per motivi extra calcistici, ma forse non sanno che ha una preparazione, una professionalità e conoscenza del calcio che pochi nel mondo del calcio hanno.

Verso nord: l’esperienza scozzese

 Raffaele Di Vita e la Scottish Premiership 

L’esperienza al Ross County è stata bellissima sotto tanti punti di vista ma anche molto difficile. La società si trova a Dingwall, una piccola cittadina al nord di Inverness, nella regione delle Highlands.

Il posto è veramente surreale, arrivarci è un’impresa visto che si trova a nord di Glasgow, a quattro ore di automobile, e non è collegata da un’autostrada. Ricordo la prima volta che andai lassù, un viaggio infinito tra parchi nazionali immersi nella neve dove puoi incontrare cervi che ti attraversano la strada. Una volta arrivato, però, puoi goderti panorami favolosi, soprattutto nella zona del lago di Lochness.

Quando arrivai al Ross County, a fine gennaio,  la squadra aveva 6 punti e si trovava in fondo alla classifica. Praticamente spacciata. Feci il mio esordio subito contro il Motherwell 3-2 e riuscii a fare dure assist e segnai uno dei gol più belli della mia carriera.

Un inizio perfetto, subito confermato dalla vittoria contro il Patrick Thistle, la settimana dopo, quando segnai il mio secondo gol scozzese.

Da lì in poi riuscimmo a vincere altre 8-9 partite, e nel mio primo mese ottenni addirittura il premio di miglior giocatore della SPL. Un premio che nessun altro giocatore del Ross County aveva mai vinto!

Per questo posso dire che la prima stagione fu davvero magica.

A fine campionato firmai 2 anni di contratto, ma il secondo anno fu difficile. La lontananza e l’impossibilità di tornare a casa neanche per due giorni influì molto e così, a fine stagione, decisi di rescindere il contratto.

Nonostante ciò sono felicissimo e orgoglioso di aver potuto giocare in un campionato molto affascinante, dove ho avuto anche al possibilità di calcare un campo splendido come quello del Celtic Park

Conclusa l’avventura nelle Highlands, trovai subito una sistemazione in Inghilterra nel Cheltenham, ma si trattò di una parentesi brevissima. La squadra non era all’altezza e feci fatica a farmi notare. L’unica soddisfazione di quel periodo fu la vittoria il FA cup contro la mia ex squadra, lo Swindon Town. I tifosi avversari nonostante la sconfitta subita mi accolsero con bei cori prima e durante la partita.  Fu un’emozione unica.

Fatta eccezione per questo episodio, quella al Cheltenham non fu un esperienza memorabile, anche se mi sono trovato benissimo con i compagni e la cittadina è una delle più belle dell’Inghilterra.

Il Livingston

Il Livingston è una società scozzese che negli ultimi anni ha avuto grosse difficoltà economiche e sta cercando di ritornare ai livelli del passato. Quando sono arrivato qui la prima volta, a 20 anni, la società era in mano a un gruppo di imprenditori italiani che purtroppo hanno avuto grossi problemi.

I primi tre anni trascorsi al Livingston mi hanno fatto maturare molto, perché fu la mia prima esperienza in una prima squadra. Quando giochi in un settore giovanile pensi solo al campo, ma quando giochi in campionati professionistici ti rendi conto quanto i risultati possono influenzare le vite delle persone. Una promozione può significare molti più soldi per la società, posti di lavoro per chi sta nel club ma, allo stesso modo, una retrocessione può significare dimezzamenti nello staff e tante persone che perdono la loro occupazione.

Ricordo ancora il giorno in cui la Società entrò in amministrazione controllata. Tanti dipendenti vennero chiamati uno per uno dentro un ufficio per poi uscirne con le lacrime agli occhi. Erano stati licenziati. .

E’ stato un momento che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire che quando indossi i colori di un club hai una responsabilità enorme nei confronti di tante persone.

Come strutture e bacino d’utenza il Livingston potrebbe tranquillamente militare nella Scottish Premier League ed il motivo per cui sono tornato qui è proprio perché sono convinto che un giorno potremmo tornare ai livelli che tutti sperano. I tifosi sono, infatti, molto esigenti e vogliono sempre il massimo in ogni partita. Penso che questo sia uno stimolo in più per far bene.

Lo spogliatoio è pieno di ragazzi giovani e a 29 anni mi ritrovo a essere uno dei più “anziani”. Questa per me è una bella sfida perché per la prima volta sento la responsabilità di dover fare qualcosa per aiutare i più giovani sia in campo che fuori.

Credo che la passione che hanno i ragazzi per il calcio  sia uguale sia in Italia che qui, ma la differenza la fa l’ambiente che c’è tutt’intorno. Da queste parti il calcio è ancora un “pulito” e viene inteso come un gioco. La pressione ovviamente esiste, ma i ragazzi sono più liberi di godersi veramente il bello di questo sport.

Inutile dire che anche qui ci sono tanti ragazzi che, purtroppo, hanno come primo obiettivo quello di guadagnare bene e di mostrare agli altri la propria ricchezza. Malgrado ciò,  io resto convinto che se alla base non c’è passione e entusiasmo in quello che si fa, nel calcio non si può fare tanta strada.

“Non importa a che livello si giochi, il calcio deve essere vissuto con amore perché ti regala emozioni uniche e ti fa crescere tantissimo” (Raffaele De Vita)

Lucky Junior-raffaele-de-vita-

Consigli ad un giovane calciatore

Ai ragazzi che vogliono andare all’estero dico che ci vuole tanta passione e tanto spirito di sacrificio. Abituarsi a vivere in un altro paese non è cosa facile. Se un ragazzo non è pronto a immergersi con anima e corpo in un’altra cultura allora non è il caso di provarci.

Quando sono arrivato in Gran Bretagna mi sono dovuto dimenticare tutte quelle cose che in Italia mi facevano stare bene, come la famiglia, gli amici, il bel tempo o il cibo.

Però se come obbiettivo hai quello di fare qualcosa di buono nel calcio allora si riesce a superare tutto. E una volta abbattuti gli ostacoli ti puoi guardare indietro con la convinzione di aver fatto la scelta giusta.

In generale ai ragazzi più giovani di me dico di vivere ogni allenamento e ogni partita come se fosse l’ultima. Il calcio  è un “lavoro” incerto, che a causa di infortuni o altri imprevisti non sai mai quanto potrà durare. Quest’estate per esempio dopo aver lasciato il Ross County ho passato tre mesi difficili, che però mi hanno fatto capire quanto non bisogna mai dare nulla per scontato. Ora quando mi sveglio la mattina lo faccio col sorriso perché ogni giorno ho l’opportunità di prendere a calci un pallone e fare quello che più amo.

I colleghi

Ho molti colleghi straordinari. Ad esempio c’è Hanson, che è un ragazzo fantastico; di un umiltà indescrivibile. Lui è davvero l’emblema del calcio inglese (almeno nella sua categoria), perché nonostante a Bradford, dove gioca, sia un vero e proprio idolo, non ha mai cambiato il suo modo di essere neanche di una virgola.

A 24 anni ancora lavorava in un supermercato e tutto d’un tratto si è ritrovato ad essere il capocannoniere della squadra che fino a pochi mesi prima tifava dagli spalti.

Nonostante tutto è rimasto uguale a prima, ha continuato a vivere nel quartiere dove è nato, a guidare la stessa macchina, a frequentare gli stessi posti e le stesse amicizie.

Quando vedo ragazzi come lui mi rendo conto come il calcio può essere inteso semplicemente come una passione e come un gioco, e non come un modo per diventare famoso e farsi bello davanti agli altri.

 

Rispondi