Luca Gerbino Polo: “In Svezia segno e posso sognare in grande”

La storia di Luca Gerbino Polo, bomber italiano emigrato in Svezia. Dagli inizi col Ravenna al Brommapojkarna, dove sogna il salto nella massima serie svedese.

Giocare da professionisti richiede molti sacrifici, perdersi è un attimo e non sempre nel calcio vengono offerte seconde possibilità

Luca Gerbino Polo, classe ’87, di mestiere attaccante, ha fatto tutta la trafila nel settore giovanile a Conegliano. A soli 18 anni disputa una stagione in prima squadra, in Serie D, con Michele Serena allenatore. Entra subito nel giro delle rappresentative, prima regionali e poi nazionali, dove viene notato dal Ravenna, allora in Lega Pro, che lo tessera dopo un provino. Vince alla sua prima stagione da professionista il campionato 2006/2007. La stagione successiva va in prestito al Giulianova per ritornare poi per altre tre stagioni in Romagna. Il Ravenna fallisce e dopo una bella stagione al Rimini decide di trasferirsi in Svezia. Dopo l’esperienza di due anni con l’AFC Eskiltuna (un campionato vinto) approda nel 2016 all’Akropolis, in terza serie, dove arriva finalmente la sua consacrazione. Stabilisce il record di reti di categoria mettendone a segno 25 gol in 26 gare! Ora è a pochi passi dal grande sogno promozione con il Brommapojkarna e di arrivare finalmente a giocare nella massima serie svedese!

Abbiamo raggiunto Gerbino per farci due chiacchiere e ascoltare la sua storia

Luca iniziamo dagli albori. Hai un ricordo particolare di quando facevi scuola calcio? Un ricordo a cui sei affezionato?

Il calcio era più che altro un divertimento. La squadra con cui ho iniziato era una squadra parrocchiale, composta per lo più dai miei compagni di classe e di scuola. Ricordo che per i primi anni l’allenatore era il papà di un mio compagno di classe.

C’è stato un momento, una partita o una stagione in cui hai capito che potevi diventare calciatore professionista?

Direi una stagione, la mia prima in prima squadra con Michele Serena allenatore, a cui devo molto. Mi ha insegnato a vedere il calcio anche come un’opportunità, mentre per me fino a quel momento era stato solo una passione, un divertimento. Adoravo e adoro tutt’ora giocare a calcio, ma prima di quella stagione non vedevo molto la possibilità che potesse diventare anche il mio attuale lavoro.

E’ complicato per un ragazzo di 18/20 anni diventare professionista? Come si fa ad avere già la testa giusta per pensare da atleta “adulto”? Che consigli ti sentiresti di dare ai tanti giovani che si affacciano al mondo del calcio?

Molto complicato e ad essere onesti ci vuole anche molta fortuna. Ci sono sicuramente molti ragazzi dotati in giro per l’Italia, ma non a tutti viene data la possibilità di mettersi in mostra.

Dall’altro lato, invece, devo anche sottolineare come negli anni abbia incontrato molti ragazzi più forti di me, ma che non hanno avuto la voglia o la forza mentale per continuare a giocare o comunque riuscire a farlo a certi livelli. Giocare da professionisti richiede molti sacrifici, specialmente in giovane età a 18-20 anni e non è facile riuscire a decidere a cosa dare priorità. Perdersi è un attimo e non sempre nel calcio vengono offerte seconde possibilità.

La tua carriera tra i “grandi” inizia subito bene con un campionato vinto a Ravenna nel 2007. Cosa ricordi di quella stagione?

Ricordi stupendi, un gruppo pazzesco. Andare agli allenamenti era sempre un’allegria, si lavorava seriamente, ma si rideva parecchio. Credo sia stato il gruppo più “divertente” in cui sia mai capitato, ricordo sempre con piacere quell’anno.

Dopo quella stagione vai in prestito al Giulianova per una stagione e poi il ritorno a Ravenna fino al fallimento della Società nel 2011. Sei rimasto legato alla Società romagnola?

Si, a Ravenna sono tutt’ora particolarmente legato. E’ stata la prima città dove sono andato a vivere da solo e il primo club che mi ha offerto la possibilità di misurarmi a livelli professionistici, mi fa piacere siano tornati in Lega Pro quest’anno! Sarei rimasto volentieri a Ravenna, anche dal momento che avevo ancora un anno di contratto, ma purtroppo il club non si iscrisse al campionato nel 2011 e ho dovuto cercare altre strade.

Come vive un gruppo il fallimento della squadra per cui è tesserati? Riuscite a distaccarvi e giocare senza pensarci?

È stata una situazione veramente molto particolare. Ci eravamo salvati l’anno prima e durante l’estate siamo partiti per il ritiro. Mentre eravamo in ritiro il club è passato di mano da Fabbri ad Aletti.

Ricordo che non avevamo nessuna notizia della Società e solo nel momento in cui uscì la notizia che non ci eravamo iscritti (per mancanza della fidejussione se ricordo bene) il signor Aletti ha pensato bene di farsi vedere in ritiro per comunicarci che andava tutto bene e che non ci sarebbero stati problemi. A ritiro concluso, invece, dopo pochi giorni ci sono arrivate a casa le lettere di svincolo della Federazione!

Ricordo ancora che l’albergatore chiedeva notizie a noi giocatori perché non gli era stato saldato il conto del pernottamento da parte della società… Sono cose bruttissime, che non auguro a nessuno. Se uno lavora e ha un contratto deve essere pagato, punto.

Gerbino, in quegli anni hai avuto la possibilità di giocare con Lapadula, Piovaccari e Melchiorri. Giocatori che poi sono arrivati nella massima serie, facendo tanta gavetta. Che ricordo hai di loro e se già da giovanissimi avevano qualcosa in più degli altri?

Con Lapadula ho giocato insieme solo 6 mesi, era l’anno del fallimento del Ravenna, ma si vedeva che poteva diventare qualcuno, era fastidiosissimo in campo per i difensori!

Piovaccari è diverso, veniva già da alcune ottime stagioni, era già un giocatore conosciuto e l’anno di Ravenna gli è servito come trampolino di lancio per tornare nei livelli che si merita.

Melchiorri, invece, l’ho conosciuto che eravamo entrambi giovanissimi (stagione 2007/08) a Giulianova. Tutti e due arrivavamo in prestito (io dal Ravenna, lui dal Siena) e stavamo spesso insieme anche al di fuori del campo. Con gli anni abbiamo perso un po i contatti ma sono contento per lui, è riuscito ad affermarsi dopo tutti i problemi che ha passato.

Di solito nelle categorie minori si vedono tanti giocatori di grande qualità che per qualche motivo non hanno avuto fortuna a causa del loro carattere. Te ne ricordi qualcuno, in particolare, che hai pensato “questo come fa a giocare in questa categoria con i piedi che si ritrova”?

Mi è capitato spesso e mi capita tutt’ora, ma non mi piace fare dei nomi per rispetto di quelli che sono stati miei ex compagni. A qualcuno di loro però l’ho spesso detta in faccia questa frase. È anche vero il contrario comunque, a volte anche gente tecnicamente meno dotata riesce a giocare in categorie più alte compensando con la voglia di fare e di arrivare.

Dopo questa disavventura e dopo una stagione al Rimini, ti trasferisci in Svezia. Potresti raccontarci come è andata?

A Rimini ho giocato la stagione 2011/12, nell’allora serie C-2. Abbiamo fatto buon campionato, in linea con le attese e abbiamo concluso la stagione perdendo i play-off in semifinale contro il Cuneo. Dopo quella eliminazione le ambizioni del club sono cambiate e non sono stato confermato (la stagione successiva si sono poi salvati ai Play-out, prima di fallire). La decisione di trasferirmi a Stoccolma fu presa grazie alla mia ragazza che è mezza italiana e mezza svedese. Di li a poco iniziò la mia avventura nel calcio svedese.

Dopo un paio di esperienze e un campionato vinto con l’AFC Eskiltuna (ora in massima serie) approdi all’Akropolis, in terza serie. Concludi la stagione con ben 25 reti in 26 gare, stabilendo anche il record di gol della Serie C svedese. Che stagione è stata e quali sono stati i motivi di questa tua stagione memorabile?

All’inizio non è stato per niente facile, ho preso i contatti da solo, sono riuscito a contattare un ragazzo italiano che ha fondato un’agenzia di management qui in Svezia e attraverso lui sono riuscito ad ottenere dei provini. Ho provato prima un mese con l’Fc Syrianska, poi sono finito nel Valsta Syrianska, in terza divisione. E’ un club di emigrati siriani ma erano troppo disorganizzati e si rivelarono una scelta errata. Nel 2016 approdai all’Akropolis (squadra nata negli anni 60 da emigranti greci), un piccolo club. C’era una bellissima sensazione di stare “in famiglia” e le persone che ci lavorano erano splendide, c’erano anche 4,5 giocatori che venivano da squadre professionistiche greche. Anche per loro era l’occasione per mettersi in mostra in un nuovo “mercato”. Io sono un attaccante classico, il classico “pennellone” e in quella stagione riuscirono a sfruttare al meglio le mie caratteristiche servendomi tanti cross. Segnai ben 25 gol in 26 partite ed una gara la saltai per squalifica.

Quanto è importante sentire la fiducia della Società ed il sostegno del pubblico?

Molto, ma la cosa più importante per un calciatore è sentire la fiducia da parte dell’allenatore.

La stampa pesa realmente per un calciatore oppure sono chiacchiere da bar?

Dipende dai giornalisti (ride)… a parte gli scherzi, se ci si rapporta con persone serie e competenti è anche piacevole scambiarci due parole. Se, invece, si devono fare chiacchiere da bar, pretendendo che sia una cosa seria, e riportare le cose per “sentito dire” o perché “tizio ha detto che..” allora preferisco evitare.

Grazie a quella stagione sei stato notano nella serie cadetta dal Brommapojkarna, squadra per la quale militi attualmente. Come sta andando la stagione?

Finora benissimo, siamo secondi a tre punti dalla prima. Il secondo posto ci permette di essere promossi direttamente nella Allsvenskan (la nostra Serie A) ma faremo comunque di tutto per provare a vincere il campionato, tenendo un occhio vigile su chi ci insegue.

In panchina siede Olof Mellberg, ex difensore della Juve e della nazionale Svedese. Che tipo di calcio propone e cosa chiede agli attaccanti (a parte fare gol ovviamente)?

Mellberg è uno degli allenatori più preparati che abbia mai avuto, lavora come un matto, al campo e a casa. Prima delle partite ci spedisce per email video dei giocatori avversari che andremo ad incontrare la partita successiva. Nel mio caso mi manda i video dei difensori centrali della squadra avversaria.

Che obiettivi hai per la stagione e per il futuro?

Mancano poche partite alla fine del campionato e come ti dicevo in precedenza l’obbiettivo dichiarato è quello essere promossi in serie A. Per il futuro giocarmi le mie carte nella massima serie svedese.

Ci sono usanze particolare in Svezia nel pre gare o post gara?

Usanze no, ma l‘atmosfera in spogliatoio è ben più tranquilla. C’è spesso musica nello spogliatoio, anche prima della gara. In Italia non volava una mosca…

Cosa puoi raccontarci più in generale del calcio svedese?

È un calcio più fisico e generalmente meno tattico del nostro, ma sono più “corretti”. Simulatori e cascatori hanno vita breve qui.

Ci puoi segnalare un nuovo Ibrahimovic?

Partiamo dal fatto che Ibra è unico… non credo ci sarà mai un altro come lui. Ti posso segnalare, però, un ragazzo che gioca in squadra con me. Si chiama Viktor Gyokeres, attuale centravanti della nazione Under 21. Alla riapertura del mercato credo andrà a giocare in Inghilterra, c’è un forte interessamento del Brighton & Howe. Credo sentiremo parlare presto di lui.

Nel calcio la scaramanzia, anche se non si dice, ha una certa valenza. Tu hai qualche rito particolare? Il rito più strano, invece, che hai mai visto fare ad un compagno di squadra?

Io non ho riti particolari, se non cercare di mangiare sempre le stesse cose prima di una partita (se possibile). Il più strano che ricordo è stato di un ragazzo serbo che disponeva dei santini o presunti tali (cartoncini con le immagini sacre per capirci) sul suo posto in spogliatoio e pregava. Ricordo che spesso insieme al portiere americano gli rompevamo le scatole e gli chiedevamo se avesse anche le NBA card di Micheal Jordan e altri e se voleva scambiarle. So che sembra un po’ irrispettoso, ma giuro che i santini che aveva erano uguali alle NBA card in voga nei primi anni 90!

In questo calciomercato estivo tra il caso Donnarumma e quello Neymar si è parlato tantissimo del troppo potere dei procuratori. Nella realtà che hai vissuto tu in Lega Pro quanto è influente avere il procuratore giusto per fare carriera?

Purtroppo credo che avere un certo procuratore possa aiutare ad aprire certe porte…

Perché pochi calciatori italiani si tuffano in esperienze all’estero come hai fatto tu? Eppure i trattamenti economici e l’ambiente dove giocare sembrano essere migliori.

Brutto da dire, ma tra i miei ex compagni quasi nessuno parlava un inglese quantomeno decente, tale da permetterti di poter vivere all’estero. E se non riesci a comunicare, vivere all’estero è dura. Logico che se vai in grandi club la situazione è diversa, ma nelle piccole/medie realtà può essere un problema!

Ti è mai capitato un avversario che ti si è segnato a “penna rossa” per la gara di ritorno o queste cose nel calcio professionistico non succedono?

Succedono succedono. Mi ricordo, ad esempio, di un’ex difensore della Cremonese, con tanti anni di C alle spalle, di cui preferisco non fare il nome. In campo era veramente il peggiore, solo colpi proibiti. Credo sia stato il giocatore più scorretto che abbia mai affrontato!

Ti diverti ancora a giocare a calcio come agli inizi oppure pensi sia diventato più un lavoro?

Credo che con gli anni forse si perda un po’ di spensieratezza e ci si concentri di più su ciò che conta.

Nessuna nostalgia dell’Italia?

La Svezia è bella perché c’è serietà nei rapporti, le persone sono dirette, trasparenti e soprattutto esiste ancora la meritocrazia. Quello che manca in Italia. Penso a tanti che conosco, che giocano in D e meriterebbero di più, ma sono fuori dai giri giusti. Nel calcio italiano domina la falsità. Non è bello. Non ho nessun rimpianto.

Cosa vorrebbe fare da “grande” Luca Gerbino Polo? Ti vedi ancora nel mondo del calcio in un altro ruolo? Allenatore ad esempio?

Mi sono iscritto all’Università, sono al secondo anno di Sport Management, me ne mancano ancora altri due e mezzo. Vorrei essere il primo o comunque uno dei primi italiani a laurearmi alla Fifpro Academy.

Luca grazie mille per l’intervista e in bocca al lupo per il futuro!

Grazie a voi e naturalmente crepi il lupo!

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