Lo spogliatoio: il luogo più sacro

Che sia quello del Santiago Bernabeu, dello stadio Olimpico di Roma o del Petricone di Castel Gandolfo, lo spogliatoio è il tempio del calciatore di qualsiasi categoria. Le emozioni, i compagni, le sfuriate del mister e la concentrazione prima di ogni partita in un racconto di Roberto “Bellugi” Bellucci.

Il Mister chiama, si apre la porta dello spogliatoio. Se già entrato lì dentro mille volte ma ogni volta è sempre come se fosse la prima: quel brivido che senti non ti molla mai.

Cerchi subito con lo sguardo il tuo spazio, quello che credi ti possa portare fortuna, quello a cui sei affezionato, quello che pensi possa essere il posto giusto, la tua casa. La tensione sale, l’adrenalina scorre nelle tue vene. Non vedi l’ora di cambiarti, uscire da quelle quattro mura ed entrare in campo.

Quelle quattro mura che sono state amiche e nemiche allo stesso tempo.

Quelle quattro mura nelle quali hai esultato, ti sei depresso per una sconfitta, sei stato solo dopo una doccia gelata a rimuginare sulla tua prestazione, nelle quali ti sei divertito tante volte con i compagni negli allenamenti, nelle quali hai subito le sfuriate del Mister. Ma questa è un’altra storia. E lo sarà sempre. Ogni maledetta partita.

La porta si chiude, pochi secondi e scende il silenzio. E’ il momento che aspetti da tutta la settimana: sarò dentro? dovrò stare un’altra volta in panca? Stavolta mi sento che gioco! Tanto non me fa gioca, sto stronzo, ce l’ha con me… E’ il momento. Il Mister chiama la formazione, attimi speciali e drammatici allo stesso tempo. Dura pochi secondi che a volte sembrano eterni. Lo scandire dei nomi, dal portiere all’attaccante, come una preghiera, aspettando che esca il tuo fottutissimo nome dalla sua bocca.

Mentre inizi a tirare su i calzettoni, lentamente, facendo quasi l’indifferente. Senti finalmente il tuo nome, una scintilla e risale di colpo l’adrenalina. Non vedi l’ora che arrivi la tua divisa, col tuo numero stampato dietro.

Non vedi l’ora di entrare in campo e capire chi cazzo avrai davanti questa volta, chi sarà lo stronzo di turno, con chi avrai a che fare. Pensi che quella è la maglia che ti sei meritato, per la quale ti sei allenato e hai faticato tutta la settimana.

La maglia, la cosa che ci accomuna tutti e per la quale sai che dovrai lottare. Dovrai onorarla fino alla fine, anche e soprattutto per chi è rimasto fuori ma che ha comunque sudato insieme a te durante la settimana. Perché sai che comunque ti sosterrà dalla panchina o dalla tribuna. Perché sai che fa parte della tua squadra, che sei fuori non conta più nulla, in quel momento ti sembra sia  la cosa più importante che hai nella vita, la tua famiglia.

Le parole del Mister scorrono come fiumi: marcature, movimenti, posizioni. Troppe cose pensi, io in fondo voglio solo giocare. Ti sembra di non poter ricordare nulla, ma sai che non è così. Cerchi di concentrarti, di capire quello che dovrai fare… ma la mente è già fuori nel campo, fuori da quelle quattro mura. Non vedi l’ora di essere li fuori! Di mangiartelo quel cazzo di campo.

Ti immagini già l’azione del gol che farai, la corsa verso la panchina ad abbracciare tutti o la busta clamorosa che rifilerai al terzino di turno. Già stai pensando a quando dirai agli amici al bar che gran gol hai fatto. Ma è il momento di uscire, l’urlo di battaglia rimbomba nello spogliatoio, tutti vogliono vincere e tutti hanno già vinto li dentro. Tutti siamo stati campioni li dentro, prima di una partita.

Ma è il momento di uscire, si riapre la porta, finisce il sogno, inizia la realtà, cruda e imprevedibile, come la vita e che rende dannatamente bello questo sport!

Roberto “Bellugi” Bellucci

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