Jerome Champagne: «Il problema non è la Fifa, ma l’idea di calcio da gestire»

Per il candidato alla presidenza della Federazione, Jerome Champagne, l’unico presente a Bruxelles, non c’è un problema tra «vecchia» e «nuova» leadership della massima organizzazione calcistica. E’ una questione di «interessi», sempre più esclusivamente nazionali

di Bonimba (Bruxelles) – «E’ un piacere essere qui, ed essere qui da solo». Una frase di pungente ironia, pronunciata non a caso. L’atteso intervento di Jerome Champagne si apre così. Il solo candidato alla presidenza della FIFA a partecipare al forum sul futuro del calcio internazionale organizzato in Parlamento europeo ironizza sull’assenza di tutti gli altri candidati. Ma allo stesso tempo racchiude la verità di un mondo di massimi vertici calcistici in confusione e diviso, dove oggi confrontarsi non è possibile. Vuole rassicurare il francese, ma “l’affaire FIFA” lascia più di qualche ombra. «Oggi si parla della necessità di passare dalla vecchia Fifa alla nuova Fifa», di superare il sistema diretto da Blatter a nuova gestione del soccer su scala mondiale, ma non è questo il problema. Champagne lo definisce «paradosso», ma la situazione è che l’istituzione è sana. Non c’è un problema FIFA, si è posto un problema di gestione delle FIFA. Champagne nella Federazione internazionale del calcio ha lavorato dal 1999 al 2010. Poi è «stato spinto fuori dalla FIFA da una coalizione di persone, all’interno della FIFA, che oggi è sotto inchiesta». Non fa nomi, ma quelli si possono ricavare dalla cronaca degli ultimi mesi.

Il problema non è solo nella credibilità dell’istituzione, comunque danneggiata. C’è anche un problema di soci, e di modo di intendere oggi il calcio. Anche qui non si fanno nomi, ma c’è un problema di federazioni che oggi riconoscono la supremazia nelle federazioni continentali. «Non abbiamo bisogno solo di riformare la FIFA, perché non possiamo immaginare un calcio dove gli interessi nazionali vengono sempre prima di quelli internazionali», ha detto Jerome Champagne. E’ il problema dei club, che non vogliono mettere a disposizione i tesserati al servizio delle Nazionali per ragioni di Champions League, più remunerative nel calcio di oggi. Il problema lo solleva il deputato socialista Marc Tarabella, quando dice che «il calcio è oggi sempre più un business, ma resta sempre sport, e ha bisogno di una nuova gestione». La domanda però sorge spontanea: in un mondo del calcio dominato sempre più dal profitto, un candidato come il principe Ali bin al Hussein, proveniente da quella parte del mondo arricchita dai petrodollari, quale gestione di calcio si può immaginare? E Tokyo Sexwale, altro candidato alla presidenza FIFA e nel comitato organizzativo dei mondiali di Sudafrica 2010 per cui Blatter è accusato di aver preso una tangente da 10 milioni, che tipo di FIFA può avere in mente? Ecco allora il senso non ironico della frase di saluto di Jerome Champagne, quel «piacere di essere qui da solo», lontano da esponenti che hanno visioni diverse del calcio e con cui si ha poco in comune. Lontano da persone che dopo lo scandalo FIFA non fanno nulla per togliere dubbi attorno ad un mondo del calcio mai così in crisi di identità, e che hanno rinunciato all’occasione di eliminare gli interrogativi attorno al nuovo che verrà (o, almeno, si auspica). Per la FIFA, critica Tarabella, il forum in Parlamento europeo «era un’occasione unica per discutere per la prima volta in modo trasparente e al di fuori dei suoi ambienti del futuro del calcio». La FIFA dell’immediato  dopo-Blatter, a Bruxelles, è già considerata un fallimento.

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